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Sud che produce, Nord che incassa – Il petrolio in Basilicata e i suoi squilibri

Il paradosso del petrolio in Basilicata tra esportazioni, concessioni straniere e prezzi record alla pompa

12 Aprile 2026

Esmeralda Mameli

Il petrolio in Basilicata è una delle grandi contraddizioni italiane, una di quelle storie che rivelano meccanismi profondi legati alla gestione delle risorse, agli equilibri economici e alle scelte politiche di lungo periodo. In una regione piccola, spesso marginalizzata nel dibattito nazionale, si concentra infatti, la più importante produzione petrolifera onshore d’Europa. Eppure, proprio qui, dove il greggio viene estratto ogni giorno, i cittadini pagano la benzina tra le più care d’Italia. Non è solo un paradosso, è il sintomo di un sistema che funziona secondo logiche che raramente coincidono con l’interesse dei territori.

Nel cuore della Basilicata, tra le colline della Val d’Agri e le aree interne tra Potenza e Matera, si sviluppa il principale polo petrolifero italiano. La storia del petrolio in Basilicata non è recente, già nell’Ottocento, a Tramutola, il greggio affiorava spontaneamente tra i torrenti, segnalando una ricchezza naturale che solo decenni dopo sarebbe stata sfruttata su scala industriale. Le prime perforazioni risalgono agli anni Venti del Novecento, ma è con la crisi energetica degli anni Settanta che l’Italia torna a guardare con interesse al proprio sottosuolo. Da lì in poi, la scoperta e lo sviluppo del giacimento della Val d’Agri segnano una svolta. Si tratta di una delle riserve più consistenti d’Europa, inizialmente stimate in centinaia di milioni di barili.

Oggi il giacimento è gestito principalmente da Eni, che ne detiene la quota di maggioranza, insieme a Shell. La produzione si attesta mediamente tra i 30 e i 36 mila barili al giorno, con il greggio che viene trattato nel centro oli di Viggiano e poi trasportato tramite oleodotto verso la raffineria di Taranto. A questo si aggiunge il giacimento di Tempa Rossa, scoperto nel 1989 e operativo sotto la guida di TotalEnergies, affiancata da Shell e Mitsui. Qui la produzione varia tra i 20 e i 30 mila barili al giorno, contribuendo in modo significativo al totale nazionale.

Nel complesso, il petrolio in Basilicata copre tra il 7 e l’8% del fabbisogno italiano. Una quota non sufficiente a rendere il Paese autosufficiente, ma comunque rilevante, soprattutto se si considera la dipendenza strutturale dell’Italia dalle importazioni energetiche. E proprio qui emerge il primo nodo critico, poiché, nonostante la produzione interna, il Paese continua a importare petrolio per decine di miliardi di euro ogni anno, mentre una parte del greggio lucano viene esportata all’estero.

I dati più recenti indicano che nel 2025 circa 111 milioni di euro di petrolio in Basilicata sono stati destinati a mercati stranieri, in particolare Germania e Spagna. Si tratta di una quota marginale rispetto ai volumi complessivi, ma altamente simbolica. Il motivo di queste esportazioni risiede nella struttura delle concessioni: le compagnie che operano nei giacimenti non sempre dispongono di raffinerie in Italia e, di conseguenza, scelgono di inviare il greggio verso impianti esteri. In altre parole, una risorsa estratta nel Sud Italia viene lavorata altrove, contribuendo alla catena del valore di altri Paesi.

Questo meccanismo solleva interrogativi evidenti. Perché un territorio che produce energia non riesce a trattenere il valore aggiunto della raffinazione? Perché l’Italia continua a essere un importatore netto pur avendo risorse interne? La risposta non è semplice, ma chiama in causa scelte industriali, assetti proprietari e politiche energetiche che negli anni hanno privilegiato una logica globale rispetto a una strategia nazionale.

Il secondo paradosso riguarda i prezzi dei carburanti. In Basilicata, la benzina self service supera stabilmente 1,80 euro al litro, collocandosi ai vertici della classifica nazionale insieme alla provincia autonoma di Bolzano. Un dato che contrasta con la presenza dei giacimenti e con la relativa vicinanza alla raffineria di Taranto. Le spiegazioni ufficiali fanno riferimento a due fattori principali: la frammentazione della rete distributiva e la distanza dai centri di raffinazione. Tuttavia, entrambe le motivazioni appaiono parziali.

La rete dei distributori in Basilicata è effettivamente caratterizzata da una bassa densità di vendite per impianto, il che comporta costi più elevati per i gestori. Ma questo fenomeno non è esclusivo della regione e non spiega da solo il differenziale di prezzo. Quanto alla distanza dalle raffinerie, il caso di Taranto dimostra che la logistica non può essere l’unico elemento determinante. Esistono infatti, regioni più lontane o con caratteristiche territoriali più complesse dove i prezzi risultano inferiori.

A incidere in modo significativo sono le politiche commerciali delle compagnie petrolifere. Il sistema dei listini prevede differenziazioni su base territoriale, con la suddivisione in microaree che possono determinare variazioni anche di 5-10 centesimi al litro nel raggio di pochi chilometri. Si tratta di una dinamica poco trasparente per i consumatori, che finisce per penalizzare proprio le aree meno competitive o meno servite. In questo contesto, il petrolio in Basilicata diventa un caso emblematico di come la presenza di una risorsa non si traduca automaticamente in benefici per il territorio.

Il quadro si complica ulteriormente se si considerano le implicazioni ambientali. Le attività estrattive comportano un impatto significativo sugli ecosistemi, sia nella fase di ricerca sia in quella di produzione. Le indagini sismiche, le perforazioni e la gestione dei residui rappresentano fattori di pressione su territori già fragili dal punto di vista idrogeologico. In mare, le piattaforme offshore sollevano ulteriori criticità legate alla tutela della biodiversità. Sebbene in Basilicata l’estrazione sia prevalentemente terrestre, il dibattito sull’impatto ambientale resta aperto e spesso divisivo.

Negli ultimi anni, la crescente attenzione verso la transizione energetica ha riacceso il confronto sul ruolo del petrolio in Italia. Si sottolinea la necessità di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e di investire in fonti rinnovabili e si evidenzia come le risorse esistenti possano rappresentare un asset strategico, soprattutto in una fase di instabilità geopolitica. La guerra in Ucraina e le tensioni sui mercati energetici hanno dimostrato quanto sia fragile l’equilibrio su cui si basa l’approvvigionamento europeo.

In questo scenario, il petrolio in Basilicata assume una valenza che va oltre i confini regionali. Non è solo una questione di produzione o di prezzi, ma di modello di sviluppo. La gestione delle risorse naturali diventa un banco di prova per valutare la capacità di un Paese di coniugare interessi economici, sostenibilità ambientale e coesione territoriale. E proprio su questo terreno emergono le criticità più evidenti.

Il Sud Italia, storicamente, ha spesso svolto il ruolo di fornitore di risorse senza riuscire a trattenere i benefici economici corrispondenti. Il caso della Basilicata si inserisce in questa dinamica, riproponendo uno schema già visto in altri settori, dall’energia all’industria. La presenza dei giacimenti non ha prodotto un effetto moltiplicatore significativo sul tessuto economico locale, né ha inciso in modo determinante sul costo della vita per i cittadini.

Il risultato è una percezione diffusa di squilibrio, alimentata da dati concreti e da una narrazione che fatica a trovare risposte convincenti. Il petrolio in Basilicata diventa così simbolo di una questione che riguarda il rapporto tra centro e periferia, tra produzione e redistribuzione, tra risorse e diritti, richiede un’analisi approfondita e una volontà politica capace di andare oltre le logiche di breve periodo.

In assenza di una strategia chiara, il rischio è che il paradosso continui a ripetersi: un territorio che produce energia, ma paga di più per utilizzarla, un Paese che esporta materie prime e importa prodotti finiti, un sistema che genera valore, ma non lo distribuisce in modo equo. Il petrolio in Basilicata non è solo una storia locale, ma una lente attraverso cui osservare le contraddizioni dell’Italia contemporanea.