Napoli – Vannacci inaugura la sede di Futuro Nazionale, poi tappa a Salerno
Roberto Vannacci sceglie Napoli per riaccendere il dibattito sulla memoria e l’identità nazionale
23 Aprile 2026
Sergio Angrisano
Il generale ed eurodeputato Roberto Vannacci ha inaugurato la sede partenopea del suo movimento Futuro Nazionale all’isola F10 del Centro Direzionale di Napoli, aprendo di fatto una nuova fase della sua iniziativa politica nel Mezzogiorno.
L’evento ha vissuto qualche momento di tensione. La targa della nuova sede è stata imbrattata poche ore prima dell’arrivo del leader, in un gesto rivendicato da gruppi antagonisti – il collettivo Insurgencia e la Rete No Kings – che hanno contestato apertamente le posizioni del generale, accusandolo di rappresentare idee discriminatorie e divisive.
Il generale non è gradito. Lui e le sue idee omofobe e razziste possono andare a quel paese,
si legge nella rivendicazione. Vannacci ha replicato senza arretrare:
Questi signori fanno a gara con quelli di Firenze a chi è più maleducato, non ci faremo intimidire. A Napoli la scritta era anche colorita, la fantasia dei napoletani è riconosciuta in tutto il mondo.
Sul fronte opposto, l’accoglienza dei sostenitori è stata calorosa e rumorosa, con cori da stadio e slogan che hanno scandito l’arrivo del generale:
Un generale, c’è solo un generale.
Napoli è la città delle Quattro Giornate del 1943, episodio fondativo della Resistenza italiana ed è proprio qui che Vannacci sceglie un registro comunicativo che alterna ironia, provocazione e messaggi politici netti. Durante l’inaugurazione, il generale ha fatto riferimento al carcere di Poggioreale, situato nelle vicinanze, evocando la celebre “Don Raffaè” di Fabrizio De André. Un passaggio che, nelle intenzioni, voleva essere ironico, ma che ha generato reazioni contrastanti: per alcuni considerata una battuta, per altri una rappresentazione stereotipata e poco rispettosa della città.
La frase destinata a segnare la giornata arriva poco dopo:
Mi sento a casa a Napoli, a Salò, a Palermo, a Milano.
Il riferimento a Salò, città emblema della Repubblica Sociale Italiana, assume un peso specifico inevitabile, soprattutto alla vigilia del 25 aprile. Nel contesto napoletano, dove la memoria della Resistenza è ancora profondamente radicata, il paragone si carica di significati che vanno oltre la semplice dichiarazione di appartenenza territoriale, trasformandosi in una provocazione politica sulla memoria condivisa e sulla narrazione della storia nazionale.
Interpellato sul senso di quella affermazione, Vannacci ha ridimensionato il riferimento, sostenendo che non esistono differenze tra città italiane e che il suo discorso intendeva ribadire un’idea unitaria del Paese. Una precisazione che però non ha smorzato il dibattito, alimentato anche da un ulteriore passaggio sul significato del 25 aprile. Il generale ha dichiarato di non riconoscere la Festa della Liberazione come un momento realmente unitario, affermando di preferire celebrare, in quella data, la festività di San Marco.
L’inaugurazione si è trasformata in un momento di consolidamento politico per Futuro Nazionale, il movimento fondato da Vannacci dopo la rottura con la Lega. Il generale rivendica una linea più radicale, arrivando a definirsi «più a destra della destra» e sottolineando la volontà di costruire un’alternativa politica autonoma, capace di intercettare consenso al di fuori degli attuali equilibri di governo.
In questo quadro, Napoli diventa un banco di prova strategico. Città complessa e stratificata, che ha costruito parte della propria identità contemporanea proprio sulla liberazione dal nazifascismo, Napoli è al tempo stesso simbolo e terreno elettorale. L’orizzonte politico evocato è quello delle future elezioni comunali, con l’obiettivo dichiarato di radicare il movimento sul territorio.
Tra i temi rilanciati durante la giornata emergono quelli già centrali nella narrazione politica di Vannacci: immigrazione, sicurezza, identità nazionale. Il generale torna a parlare di “remigrazione”, definendola come un processo che può essere volontario oppure imposto nei confronti di chi si trova illegalmente sul territorio o non rispetta le leggi dello Stato. Una posizione aperta nel dibattito europeo, ma che in Italia continua a generare forti divisioni.
Non manca un passaggio sull’autonomia differenziata, tema particolarmente sensibile per il Mezzogiorno. Vannacci ne propone una lettura alternativa, presentandola come un’opportunità di responsabilizzazione territoriale, piuttosto che come un rischio di ampliamento del divario tra Nord e Sud. Una visione che mira a ribaltare una narrazione consolidata, ma che resta oggetto di confronto politico.
Attorno al generale si muove, durante l’evento, una rete di esponenti locali e figure provenienti da diverse esperienze della destra italiana, segno di un tentativo di costruire un radicamento concreto. L’obiettivo è chiaro: presentarsi alle prossime competizioni elettorali con un’identità definita, senza alleanze immediate, ma con una prospettiva di crescita autonoma.
Al di là delle strategie e delle dichiarazioni, ciò che resta è l’impatto complessivo della giornata. Il caso Vannacci a Napoli riflette una tensione che attraversa il Paese: quella tra memoria e narrazione, tra identità e provocazione. In questo spazio si definisce una scena politica sempre più polarizzata, dove ogni parola e ogni simbolo diventano terreno di scontro.
Napoli, ancora una volta, si conferma un luogo capace di amplificare il significato degli eventi, trasformando un’iniziativa politica in un caso nazionale e lasciando aperta una domanda: è davvero possibile costruire una memoria condivisa in un Paese che continua a interrogarsi e a dividersi, sul proprio passato?

