Frammenti di tungsteno in Libano – Le ferite invisibili provocate dalla guerra moderna
Un chirurgo di guerra denuncia il ritrovamento di piccoli cubetti di tungsteno nei corpi dei civili libanesi, gli stessi già osservati a Gaza. Una testimonianza che riapre interrogativi drammatici sull’uso di munizioni ad alto potenziale lesivo e sul confine sempre più fragile tra strategia militare e diritto umanitario.
11 Maggio 2026
Sharon Persico
Piccoli cubetti metallici, quasi invisibili, secondo la testimonianza di un chirurgo di guerra starebbero emergendo dai corpi dei civili feriti in Libano, riportando alla memoria scenari già osservati a Gaza e alimentando interrogativi inquietanti sulla natura delle armi utilizzate nei bombardamenti israeliani. A rilanciare l’allarme è il dottor Tahir Mohammed, medico specializzato nella cura delle vittime di guerra, impegnato negli ultimi anni tra Gaza, la Giordania e il Libano. In un’intervista rilasciata ad Al Jazeera, il chirurgo ha raccontato di aver estratto dagli arti e dagli organi interni di diversi pazienti gli stessi piccoli frammenti metallici già rinvenuti in precedenza nelle vittime palestinesi.
“È come una moderna bomba a chiodi”, ha dichiarato. “All’esterno si vede appena un graffio, ma all’interno la devastazione è enorme. Può uccidere”.
Parole che meritano attenzione per la forza evocativa della denuncia e perchè lasciano intuire la possibilità che siano in uso munizioni progettate per massimizzare la distruzione interna, rendendo le ferite più difficili da trattare e aumentando esponenzialmente il rischio di morte o invalidità permanente. Il tema dei frammenti di tungsteno in Libano non nasce oggi. Negli anni scorsi, analisti militari, medici e organizzazioni umanitarie avevano già documentato la presenza di particelle metalliche ad alta densità in feriti provenienti da aree colpite da raid israeliani, in particolare nella Striscia di Gaza. Alcuni studi avevano associato tali residui all’impiego di specifici ordigni ad alto potenziale frammentante, tra cui munizioni note per disperdere migliaia di micro-frammenti metallici capaci di penetrare in profondità nei tessuti umani, lacerando organi interni e rendendo spesso inefficaci gli interventi chirurgici più tempestivi.
Israele continua a sostenere che le proprie operazioni militari siano mirate esclusivamente a obiettivi strategici e che i cosiddetti “attacchi di precisione” rappresentino uno strumento necessario per neutralizzare minacce armate senza colpire deliberatamente i civili, ma le testimonianze provenienti dagli ospedali del Libano meridionale sembrano raccontare una realtà ben più complessa. Quando un medico descrive ferite che appaiono minime in superficie, ma che nascondono danni devastanti all’interno del corpo, l’osservazione non riguarda soltanto la tecnologia bellica, ma il principio stesso di proporzionalità che dovrebbe guidare ogni operazione militare secondo il diritto internazionale umanitario.
Il tungsteno è uno dei metalli più densi e resistenti esistenti in natura. Il suo punto di fusione supera i 3.400 gradi Celsius, rendendolo fondamentale in ambito industriale, aerospaziale e militare. Proprio la sua durezza e capacità di mantenere integrità strutturale sotto impatto lo rendono ideale per la produzione di componenti penetranti in munizioni avanzate. Utilizzato sotto forma di piccoli cubetti o schegge calibrate, può trasformarsi in un moltiplicatore di danno. Ogni frammento, una volta disperso dall’esplosione, diventa un proiettile indipendente capace di attraversare pelle, muscoli e organi con effetti devastanti. In medicina d’urgenza, la presenza di tungsteno nei tessuti rappresenta una sfida ulteriore, perché la dispersione di micro-frammenti rende complessa l’individuazione completa delle lesioni e aumenta il rischio di emorragie interne fatali.
È proprio questo il punto che rende così inquietante il tema dei frammenti di tungsteno in Libano. La presenza di questi materiali nei corpi dei civili potrebbe rafforzare le richieste di indagini indipendenti sull’uso di armamenti considerati da molti esperti incompatibili con il principio di distinzione tra combattenti e popolazione civile. Organizzazioni come Human Rights Watch e Amnesty International hanno già denunciato in passato l’impiego di armamenti controversi in scenari urbani densamente abitati, richiamando la comunità internazionale a una maggiore vigilanza.
La guerra continua a parlare attraverso le ferite. I reparti chirurgici diventano luoghi di testimonianza silenziosa, archivi viventi di ciò che accade lontano dalle dichiarazioni ufficiali. Ogni scheggia estratta, ogni lastra radiografica, ogni corpo sopravvissuto racconta una versione della guerra che spesso non compare nei comunicati militari. I frammenti di tungsteno in Libano rappresentano il simbolo di un conflitto in cui la tecnologia bellica sembra avanzare più velocemente della capacità della politica internazionale di imporre limiti morali e giuridici.
Fino a che punto può spingersi la guerra moderna senza smarrire definitivamente ogni principio di umanità?
Se le ferite invisibili diventano il nuovo volto della distruzione, allora forse il compito del giornalismo e della comunità internazionale è proprio quello di renderle visibili, di raccontarle, di documentarle, affinché non diventino soltanto numeri o statistiche, ma memoria collettiva e richiesta di verità.

