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La violenza non ha sesso – Da Napoli parte la petizione per chiedere verità, giustizia e uguaglianza per tutte le vittime

Conferenza stampa e dibattito pubblico per chiedere al Governo e all’ ISTAT di raccogliere dati anche sulla violenza subita da uomini e persone LGBT. Un appello trasversale per abbattere silenzi, pregiudizi e discriminazioni.

12 Maggio 2026

Sergio Angrisano & Esmeralda Mameli

La violenza non ha sesso. Non ha genere. Non ha un volto prestabilito. Non sceglie in anticipo chi colpire né concede privilegi in base all’identità di chi soffre. Eppure, ancora oggi, nel dibattito pubblico, istituzionale e mediatico, esistono vittime che trovano ascolto e altre che restano intrappolate nel silenzio. È proprio contro questo silenzio che si è levata con forza la voce dei relatori intervenuti alla conferenza stampa e al dibattito pubblico dedicati alla presentazione della petizione rivolta al Governo italiano affinché venga finalmente affidato all’ ISTAT il compito di raccogliere e ufficializzare anche i dati relativi alla violenza subita dagli uomini e dalle persone LGBT nell’ambito domestico, affettivo e relazionale.

Un’iniziativa che nasce da una convinzione semplice, ma profondamente rivoluzionaria, poiché i dati devono raccontare la verità, tutta la verità, senza filtri ideologici e senza esclusioni. Perché solo ciò che viene riconosciuto può essere affrontato. Solo ciò che viene misurato può essere compreso. Solo ciò che emerge può essere realmente curato.

A lanciare con forza questo appello è stato l’avvocato Angelo Pisani, promotore dell’iniziativa e autore del libro Se questo è ancora un uomo, un titolo che già da solo contiene una domanda dolorosa e necessaria. Pisani ha denunciato quella che definisce una grave distorsione culturale e politica: un sistema che, pur dichiarando di voler proteggere le donne, obiettivo sacrosanto e imprescindibile, finisce per costruire una narrazione parziale, nella quale l’uomo viene troppo spesso rappresentato esclusivamente come potenziale carnefice e mai come possibile vittima.

Secondo il legale, la tutela dei diritti non può trasformarsi in una contrapposizione tossica tra uomini e donne. Al contrario, dovrebbe poggiare sui principi costituzionali dell’uguaglianza e della pari dignità.

Uomini e donne sono pilastri della famiglia e della società”, ha ricordato, sottolineando come esistano forme di violenza maschile ancora largamente invisibili: violenze fisiche, psicologiche, economiche, giudiziarie, sociali e perfino burocratiche. Realtà spesso negate, ridicolizzate o semplicemente ignorate.

La richiesta avanzata è chiara: che l’ISTAT inizi a raccogliere in modo sistematico anche i dati relativi agli uomini vittime di violenza. Perché se si contano solo alcune sofferenze, si finisce inevitabilmente per raccontare una realtà incompleta. E quando la realtà è incompleta, anche le leggi, le politiche sociali e gli strumenti di tutela rischiano di diventarlo.

Pisani ha denunciato inoltre, una disparità evidente nel trattamento mediatico e istituzionale delle vittime. Ha citato casi recenti di uomini vittime di gravi mutilazioni e aggressioni rimasti praticamente ignorati dall’opinione pubblica, chiedendosi quale sarebbe stata la reazione collettiva se la vittima fosse stata una donna. Una domanda scomoda, ma che costringe a interrogarsi su un doppio standard che molti fingono di non vedere.

Accanto a lui, l’avvocata Antonella Esposito, presidente dell’associazione Potere Diritti, ha definito la petizione “un grido di dolore che viene dal basso”, nato dall’esperienza concreta di chi ogni giorno ascolta storie di sofferenza troppo spesso taciute. Esposito ha richiamato con forza la Convenzione di Istanbul, ricordando che il trattato internazionale, ratificato dall’Italia nel 2013, non limita la protezione alle sole donne, ma prevede la raccolta di dati e strumenti di tutela per tutte le vittime di violenza domestica.

Secondo l’avvocata, una delle principali criticità è proprio l’applicazione selettiva della Convenzione. Si parla di violenza sulle donne perché si raccolgono solo dati sulle donne. Ma cosa emergerebbe se si iniziasse a osservare l’intero fenomeno nella sua complessità? Quanto cambierebbe la percezione sociale della violenza? Quanto dovrebbero cambiare le politiche pubbliche?

Esposito ha inoltre posto l’attenzione su un aspetto delicato, ma cruciale: il rischio che la violenza venga trasformata anche in una questione economica e ideologica, alimentata da sistemi di finanziamento che potrebbero contribuire, volontariamente o meno, a mantenere una narrazione unidirezionale.

Una prospettiva ancora più profonda è arrivata dall’intervento della dott.ssa Antonella Baiocchi, che ha portato il dibattito su un piano psicologico e antropologico. La sua riflessione ruota attorno a un concetto innovativo e potente: il “debolicidio”. Un termine con cui descrive ogni forma di sopraffazione esercitata su chi, in un determinato momento, si trova in una posizione di vulnerabilità.

Per Baiocchi, la violenza non nasce dal sesso, ma dall’incapacità di gestire il conflitto, dall’analfabetismo psicologico che caratterizza ancora profondamente la nostra società. Uomini e donne condividono le stesse dinamiche interiori fondamentali. Ciò che cambia è il modo individuale in cui ciascuno le esprime.

La radice del problema, secondo l’esperta, è l’ignoranza del mondo interiore. Sappiamo usare tecnologie sofisticate, ma non sappiamo leggere noi stessi né gli altri. Cresciamo con mappe relazionali sbagliate, convinti di cercare amore, mentre spesso ci ritroviamo imprigionati in dinamiche di dipendenza, manipolazione o abuso.

La sua conclusione è tanto dura quanto illuminante: vittime e carnefici sono entrambi, in modi diversi, vittime di un sistema che non insegna a riconoscere le emozioni, a gestire le divergenze, a costruire relazioni sane. La vera rivoluzione, allora, passa attraverso un’alfabetizzazione psicologica e affettiva che coinvolga adulti, famiglie, istituzioni e scuole.

Ad ampliare ulteriormente il dibattito è stato l’intervento di Carlo Cremona, presidente dell’associazione i Ken, che ha introdotto la dimensione spesso dimenticata della violenza vissuta dalle persone LGBT.

Una violenza che assume forme molteplici: relazioni omoaffettive abusive, discriminazioni familiari, segregazione domestica, rifiuto dell’identità di genere, esclusione sociale. Cremona ha raccontato episodi in cui persino le forze dell’ordine faticano a riconoscere queste situazioni come forme di violenza, lasciando le vittime senza strumenti adeguati di protezione.

Ha denunciato la mancanza di spazi protetti, sostegno economico e percorsi di reinserimento per queste persone, evidenziando come le risorse destinate ai centri antidiscriminazione siano ancora largamente insufficienti rispetto ai bisogni reali. Ha richiamato l’attenzione sull’UNAR e sulla necessità di rafforzare le politiche pubbliche per una tutela realmente inclusiva, ma soprattutto ha ricordato che il principio guida deve restare l’articolo 3 della Costituzione italiana: rimuovere ogni ostacolo che limita l’uguaglianza e la dignità delle persone. Non una battaglia di categoria, ma una responsabilità collettiva.

Tra le testimonianze più toccanti, quella del giornalista e imprenditore Vincenzo Rochira, che ha scelto di esporsi pubblicamente raccontando la propria esperienza personale.

La sua voce ha restituito al dibattito il volto concreto del dolore maschile troppo spesso nascosto. Ha parlato della difficoltà, per un uomo, di denunciare la violenza subita. Un ostacolo psicologico amplificato dalla paura del giudizio, della derisione, della perdita di credibilità sociale e professionale.

Rochira ha raccontato di essere stato un imprenditore di successo, parte di una famiglia che da quattro generazioni guida una delle più importanti aziende italiane nel settore delle lavanderie industriali. Ha spiegato di aver sostenuto economicamente l’ex moglie e di aver contribuito alla crescita delle sue attività, per poi ritrovarsi improvvisamente fuori casa e privato del rapporto con i propri figli da tre anni.

Il suo racconto non cerca vendetta. Cerca ascolto. Cerca dignità. Cerca riconoscimento.

Ed è forse proprio questo il cuore più autentico dell’intera iniziativa: chiedere che ogni vittima, indipendentemente dal sesso, dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, venga finalmente vista.

La violenza non ha sesso. Ma il silenzio, spesso, sì.

E finché alcune sofferenze continueranno a essere considerate meno degne di attenzione, meno meritevoli di tutela, meno raccontabili, la giustizia resterà incompleta.

La petizione presentata in questa occasione rappresenta allora molto più di una richiesta tecnica rivolta all’ISTAT. È una domanda di verità. È un appello alla coscienza collettiva. È un invito a superare ideologie, stereotipi e paure per tornare a guardare l’essere umano nella sua vulnerabilità universale.

Perché le vittime possono essere donne, ma anche uomini.
Perché i carnefici possono essere uomini, ma anche donne.
Perché la sofferenza non dovrebbe mai avere gerarchie.
E perché la giustizia, se vuole davvero chiamarsi tale, deve appartenere a tutti.



Sergio Angrisano

Direttore Editoriale - giornalista televisivo e scrittore