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L’oro perduto di Santa Caterina: un documento inedito restituisce il volto del Franchini

Tra i registri ingialliti del Banco dei Poveri, nel silenzio polveroso delle carte seicentesche, riaffiora l’oro di Napoli. Non un tesoro nascosto, ma la traccia concreta di una bellezza perduta: 38mila fogli d’oro destinati al coro della chiesa di Santa Caterina a Formiello. A restituirli alla storia è un documento inedito che illumina l’opera di Francesco Francareccio, detto “il Franchini”, raffinato pittore ornamentale attivo nella Napoli tra Sei e Settecento.

Antonio Russo

Napoli, 12 maggio 2026 – Un nuovo tassello si aggiunge alla complessa vicenda artistica della chiesa rinascimentale di Santa Caterina a Formiello. Tra le antiche scritture contabili del Banco dei Poveri, gli studiosi di storia dell’arte meridionale hanno rinvenuto un pagamento del 1695 sconosciuto che getta nuova luce sull’attività del Franchini, artista finora rimasto ai margini della grande narrazione del Barocco napoletano.

La ricerca è partita dall’analisi dei conti di frà Bernardino Bene, procuratore del monastero domenicano. Seguendo le tracce del libro maggiore — conto numero 1739 — i ricercatori hanno individuato un versamento di 55 ducati come acconto di una commissione ben più ampia risalente al 1695.

Ma è stata la consultazione delle copiapolizze a rivelare la vera portata della scoperta. La trascrizione del documento recita:

«Al Mon.ro di S. Cat.a a formello d. cinquantacinque… per la positura di trent’otto migliara di fogli d’oro posti nell’ornamenti del coro di loro chiesa…»

Il documento certifica un compenso complessivo di 95 ducati per l’applicazione di ben 38mila fogli d’oro destinati alla decorazione del coro. Numeri che oggi raccontano non soltanto il valore economico dell’opera, ma anche l’ambizione estetica e spirituale della committenza religiosa, decisa a trasformare lo spazio sacro in un teatro di luce.

L’attività di Francesco Franchini, documentata tra il 1695 e il 1716, lo vede presente nei principali cantieri artistici della città. Collaboratore di Giacomo del Po nella basilica di San Domenico Maggiore, il Franchini lasciò la propria impronta anche alla Certosa di San Martino e nei palazzi della nobiltà napoletana. Era uno di quegli artisti capaci di trasformare oro, stucchi e decorazioni in meraviglia, contribuendo a dare a Napoli quel volto sontuoso e teatrale che, tra Seicento e Settecento, la rese una delle grandi capitali artistiche d’Europa.

La scoperta, resa pubblica attraverso la Raccolta Notizie dell’architetto Aldo Pinto e custodita nell’archivio digitale della Università degli Studi di Napoli Federico II (FedOA), permette oggi di seguire con maggiore chiarezza il percorso del Franchini dentro Santa Caterina a Formiello. E, in qualche modo, restituisce voce anche a quegli artisti rimasti per secoli nell’ombra, pur avendo contribuito a costruire la magnificenza della Napoli barocca.

Ma forse il valore più profondo di questo ritrovamento non risiede soltanto nei numeri o nei documenti. Quelle carte raccontano una città capace di investire nella bellezza con rigore amministrativo e visione culturale. Raccontano il lavoro silenzioso di artigiani, doratori e pittori che hanno costruito l’identità visiva di Napoli senza ottenere, nei secoli, la stessa fama dei grandi maestri.

Ed è proprio da queste righe dimenticate, vergate con inchiostro sbiadito oltre trecento anni fa, che riaffiora oggi una verità semplice: la storia dell’arte meridionale conserva ancora tesori nascosti, in attesa di essere riconosciuti, studiati e finalmente restituiti alla memoria collettiva.

Sergio Angrisano

Direttore Editoriale - giornalista televisivo e scrittore