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Nonna maxxing, la Gen Z riscopre il segreto delle nonne italiane: vivere lentamente per vivere meglio

Il nonna maxxing conquista i social e trasforma le nonne italiane in un modello globale: meno frenesia, più relazioni, passeggiate, cibo di stagione e un rapporto più naturale con il tempo e con l’età.

Sharon Persico

14 Luglio 2026

C’è voluta la Generazione Z, la più connessa, osservata e bombardata di stimoli della storia, per riscoprire una verità che in Italia abbiamo sempre avuto davanti agli occhi. Anzi, spesso seduta alla finestra, davanti a una tazzina di caffè, in fila dal fruttivendolo o su una panchina a chiacchierare con un’amica. La nuova icona internazionale del benessere non è una influencer, non vende corsi motivazionali e non promette di cambiare la vita in trenta giorni, ma è la nonna italiana. Il fenomeno si chiama “nonna maxxing” e nel 2026 è diventato uno dei trend più curiosi del web internazionale, rilanciato dalla stampa e approdato sui social come una sorta di antidoto culturale alla frenesia contemporanea. La formula è ironica, come spesso accade nel linguaggio della Gen Z, ma molto seria: e se per vivere meglio non fosse necessario aggiungere continuamente qualcosa alla nostra esistenza, ma recuperare ciò che abbiamo progressivamente perduto? Il termine “maxxing” deriva dall’idea di portare qualcosa al massimo livello, di “massimizzarlo”. Nato in altri contesti della cultura digitale, il suffisso è stato poi applicato a una quantità crescente di stili di vita, spesso in modo scherzoso o paradossale. Il “nonna maxxing” propone dunque di “massimizzare la nonna” che è in noi: adottare alcune abitudini attribuite alle nonne italiane, rallentare, camminare, mangiare cibi semplici e stagionali, coltivare relazioni reali, frequentare il proprio quartiere, accettare il passare degli anni e soprattutto smettere di trasformare ogni momento della giornata in una prestazione.

I giovani che oggi guardano con fascinazione a questo modello sono cresciuti in un mondo nel quale persino il riposo rischia di diventare un’attività da ottimizzare. Bisogna dormire meglio, mangiare meglio, allenarsi meglio, lavorare di più, costruire il proprio personal brand, essere presenti sui social, viaggiare, documentare, condividere. Anche il tempo libero può trasformarsi in una lista di obiettivi. La nonna italiana, almeno nell’immaginario celebrato dal trend, sembra invece, sottrarsi a questa dittatura della performance. Cammina perché deve andare al mercato. Cucina perché qualcuno deve pur preparare il pranzo. Incontra le amiche perché le relazioni hanno bisogno di tempo. Si siede al bar e beve il caffè senza fotografarlo. Conosce il panettiere, il farmacista, il fruttivendolo e magari anche le vicende familiari di mezzo quartiere. Non chiama “mindfulness” il gesto di osservare la gente che passa e non considera una passeggiata un fallimento se non viene registrata da un’applicazione. È una rappresentazione e come ogni rappresentazione rischia di idealizzare una realtà molto più complessa. Non esiste una sola “nonna italiana”, così come non esiste un unico modo di invecchiare. Ci sono anziane sole, fragili, economicamente in difficoltà e prive di quelle reti familiari e sociali che il trend tende a celebrare. Ma proprio evitando la cartolina folkloristica è possibile cogliere ciò che rende interessante il fenomeno: alcune delle abitudini associate al “nonna maxxing” coincidono con comportamenti che la ricerca considera importanti per il benessere lungo l’intero arco della vita.

Uno degli aspetti più affascinanti è il rapporto con l’età. Le nonne celebrate dal trend non sembrano impegnate in una guerra quotidiana contro il tempo. Portano i capelli bianchi, le rughe, i segni degli anni. Possono essere eleganti, curatissime, persino vanitose, senza necessariamente fingere di avere trent’anni di meno. L’età non viene cancellata, viene abitata. In una società che ha trasformato l’invecchiamento, soprattutto quello femminile, in qualcosa da nascondere, correggere o rallentare a ogni costo, questa normalità appare quasi sovversiva. La ricerca scientifica ha indagato a lungo il rapporto tra percezione dell’invecchiamento, comportamenti e salute, individuando associazioni tra un atteggiamento meno negativo verso l’età e diversi indicatori di benessere. Sarebbe scorretto trasformare queste correlazioni in una formula miracolosa. Pensare positivamente non ferma il tempo e non protegge automaticamente dalle malattie, ma vivere l’età come una parte naturale dell’esistenza può influenzare il modo in cui si continua a partecipare alla vita, a muoversi, a costruire relazioni e a immaginare il futuro.

Poi c’è la disponibilità, quella presenza quasi strutturale delle nonne nella vita delle famiglie italiane. Accompagnano i nipoti a scuola, li aiutano con i compiti, preparano il pranzo, intervengono quando un bambino si ammala e i genitori devono lavorare. È un enorme patrimonio affettivo, ma anche un lavoro di cura non retribuito che sostiene concretamente molte famiglie. E la relazione può essere un dono reciproco. Uno studio pubblicato nel 2026 e indicizzato su PubMed, condotto su dati relativi a nonni anziani, ha rilevato che coloro che si occupavano dei nipoti mostravano livelli più elevati di memoria episodica e fluidità verbale rispetto a gruppi di controllo comparabili; tra le nonne coinvolte nella cura è stato osservato un minore declino cognitivo nel tempo. Gli stessi ricercatori invitano però alla prudenza, poiché si tratta di un’associazione e non della prova che accudire i nipoti impedisca il declino cognitivo. È possibile, per esempio, che persone inizialmente più attive e in migliori condizioni siano anche maggiormente coinvolte nella cura. Resta comunque significativo il legame tra partecipazione, relazioni intergenerazionali e attività cognitive.

Il “nonna maxxing” è anche movimento, ma un movimento lontano dall’ossessione contemporanea per la palestra e la prestazione. Nei paesi, nei piccoli centri e nei quartieri delle città italiane, camminare è stato per generazioni una necessità quotidiana prima ancora che un esercizio fisico. Si va a piedi a comprare il pane, al mercato, in chiesa, a trovare un’amica, dal medico o semplicemente a fare una commissione. È un’attività incorporata nella vita. Ed è forse questa la lezione più difficile da riprodurre in società costruite intorno all’automobile e alle grandi distanze. Non sempre il movimento deve essere separato dall’esistenza e trasformato in una sessione programmata. Anche in questo caso non servono semplificazioni, non tutte le persone anziane possono camminare molto e le condizioni di salute individuali sono determinanti, ma il principio resta potente. Il corpo umano è fatto per muoversi e una quotidianità che conserva occasioni di movimento rappresenta un patrimonio che la modernità, paradossalmente, rischia di rendere sempre più raro.

C’è poi il tempo. Forse è qui che il “nonna maxxing” diventa davvero una ribellione generazionale. Il “dolce far niente”, espressione italiana che continua ad affascinare l’immaginario internazionale, non è necessariamente il trionfo dell’ozio. È anche la capacità di non considerare inutile ogni minuto che non produce un risultato misurabile. Sedersi davanti a un caffè, guardare dalla finestra, parlare con una vicina, cucinare lentamente, aspettare che il sugo sia pronto, restare a tavola dopo pranzo. Sono gesti apparentemente insignificanti che oggi sembrano quasi lussuosi. La Gen Z, cresciuta dentro il flusso ininterrotto delle notifiche, riscopre così una forma di ricchezza che non si compra: la disponibilità del proprio tempo. Il paradosso è evidente. Abbiamo inventato tecnologie per risparmiare minuti e ore, ma abbiamo la sensazione di non avere mai tempo. Le nonne del “nonna maxxing”, invece, sembrano ricordarci che vivere non significa necessariamente riempire ogni spazio.

Anche il rapporto con il cibo occupa un posto centrale. La nonna idealizzata dal trend conosce la stagionalità non perché abbia scaricato un’app sulla nutrizione, ma perché ha imparato che le zucchine, i pomodori, i carciofi, le castagne e gli agrumi hanno un tempo. Ha il suo banco di fiducia al mercato, riconosce la maturazione di un frutto, recupera gli avanzi, prepara piatti semplici e tramanda ricette. È il mondo culturale nel quale si è sviluppata la dieta mediterranea, un modello alimentare studiato per la sua associazione con diversi benefici per la salute, ma che non dovrebbe essere ridotto a una formula commerciale o a una lista rigida di alimenti. Per molte generazioni italiane, olio d’oliva, verdure, legumi, cereali, frutta e preparazioni domestiche non erano una moda salutistica, erano semplicemente cucina. Anche qui il “nonna maxxing” funziona perché ribalta il nostro sguardo. Ciò che abbiamo considerato vecchio diventa improvvisamente moderno; ciò che sembrava povertà di scelta può essere riscoperto come stagionalità, ciò che era consuetudine diventa sostenibilità.

Ma il vero cuore di questo modello potrebbe essere la comunità. Le nonne italiane sono spesso rappresentate come sentinelle del quartiere, capaci di sapere chi è entrato in un palazzo, chi si è fidanzato, chi non si vede da giorni e persino chi ha cambiato parrucchiere. I social hanno trasformato questa caratteristica in una fonte inesauribile di ironia. Eppure dietro la caricatura esiste un elemento fondamentale: essere parte di una rete. Avere qualcuno da salutare, un luogo dove essere riconosciuti, una persona che si accorge della nostra assenza. Il negozio di quartiere, il mercato, la parrocchia, l’associazione, il circolo, la piazza, il bar non sono soltanto luoghi fisici, ma infrastrutture sociali. In un’epoca nella quale la solitudine è diventata una delle grandi questioni delle società contemporanee, questa rete informale acquista un valore enorme. Il “nonna maxxing” sembra ricordare ai più giovani che avere migliaia di follower non significa necessariamente avere qualcuno con cui prendere un caffè.

A rendere ancora più potente questa riscoperta arriva il cinema. Gioia Mia, opera prima di Margherita Spampinato, con Aurora Quattrocchi, sembra quasi un manifesto cinematografico del fenomeno. Il film ha conquistato nel 2026 il David di Donatello per il miglior esordio alla regia e quello per la migliore attrice protagonista assegnato a Quattrocchi, risultati confermati dall’Accademia del Cinema Italiano, e ha poi ottenuto il CineKindl Award al Filmfest München. La motivazione della giuria tedesca ha sottolineato proprio il valore delle donne anziane, spesso trascurate dalla società e dallo schermo, capaci nel film di costruire una comunità di quartiere fondata su relazioni e tradizioni condivise. La giuria ha definito l’opera importante anche per il pubblico giovane. Non potrebbe esserci coincidenza più significativa con il “nonna maxxing”: mentre i social trasformano le nonne italiane in icone globali di uno stile di vita alternativo, il cinema racconta la forza di un mondo anziano capace di parlare alle nuove generazioni.

Il contesto demografico italiano rende tutto ancora più interessante. L’Italia è uno dei Paesi più longevi e anziani del continente e il numero dei centenari è cresciuto fortemente negli ultimi anni. Nel 2025 il totale nazionale aveva superato quota 23.500, con una netta prevalenza femminile. La Sardegna, e in particolare alcune aree della sua parte centro-orientale, continua inoltre a essere studiata per l’eccezionale concentrazione di persone molto longeve. Ma anche qui il rigore impone di evitare formule semplicistiche. Non esiste un singolo “segreto della longevità” e le spiegazioni che chiamano in causa dieta, attività fisica, genetica, ambiente e legami sociali devono essere considerate all’interno di un quadro complesso e multifattoriale. La longevità non è una ricetta da copiare ingrediente per ingrediente.

Ed è forse proprio questo il punto. Il “nonna maxxing” non dovrebbe diventare l’ennesima ossessione da ottimizzazione, perché sarebbe il modo più rapido per tradirne il significato. Non servono la camicia da notte di cotone perfetta, la cucina rustica fotografata per Instagram o una vacanza costruita artificialmente per simulare il “dolce far niente”. La lezione, se davvero vogliamo trovarne una, è molto più semplice e molto più difficile: recuperare il tempo, la presenza, il corpo, le relazioni e la capacità di non vivere costantemente sotto lo sguardo di un pubblico.

La Generazione Z, la generazione che avrebbe dovuto rappresentare il futuro assoluto, guarda così alle donne del passato per trovare una possibile via d’uscita dalle contraddizioni del presente. Scopre che si può camminare senza contare ogni passo, mangiare senza fotografare il piatto, incontrare un’amica senza pubblicare una storia, invecchiare senza chiedere scusa e avere una vita piena senza sentire il bisogno di mostrarla continuamente. È un rovesciamento culturale sorprendente: le donne che per decenni sono state considerate custodi di un mondo destinato a scomparire diventano improvvisamente avanguardie inconsapevoli.

Forse le nostre nonne non sapevano di possedere un modello di vita che un giorno sarebbe diventato virale. Non conoscevano il “nonna maxxing”, non avevano bisogno di inventarlo e probabilmente sorriderebbero davanti all’idea di essere diventate guru internazionali del lifestyle. Avevano semplicemente imparato, spesso attraverso vite difficili e molto meno romantiche di quanto oggi immaginiamo, che una giornata è fatta di gesti, persone, doveri, pause, memoria e presenza. Ed è proprio qui che il trend smette di essere una moda social e diventa una domanda rivolta a tutti noi: nella corsa per avere sempre di più, non abbiamo forse dimenticato come si vive?

Le nonne italiane, senza proclami e senza algoritmi, sembrano avere già pronta la risposta. Vivere non significa necessariamente correre. Non significa essere sempre giovani, sempre produttivi, sempre visibili. A volte significa semplicemente uscire di casa, fare due passi, comprare il pane, fermarsi a parlare con qualcuno e tornare lentamente per il pranzo. Il mondo digitale lo ha chiamato “nonna maxxing”. Loro, molto probabilmente, lo hanno sempre chiamato vita.