Editoriale del Direttore

La presunta lettera di Gustavo Zagrebelsky a Giorgia Meloni – Cosa c’è di vero sulla crisi di Ceuta?

EDITORIALE DEL DIRETTORE 

SERGIO ANGRISANO

La presunta lettera di Gustavo Zagrebelsky è diventata virale sui social, ma la sua attribuzione non è stata confermata. Fatti, ricostruzioni e opinioni, ecco cosa sappiamo realmente sulla crisi migratoria di Ceuta e sul dibattito politico che ne è seguito.

5 Agosto 2026

La presunta lettera di Gustavo Zagrebelsky indirizzata alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni è diventata in poche ore uno dei contenuti più condivisi sui social network italiani. Il testo, dai toni fortemente critici nei confronti della gestione politica della crisi migratoria di Ceuta, è stato rilanciato migliaia di volte su Facebook, X e altre piattaforme, spesso presentato come un autentico intervento dell’ex presidente della Corte costituzionale. Il testo è stato ripreso da numerosi blog e pagine social, ma senza indicare una fonte primaria verificabile e senza alcuna conferma diretta dell’autore.

La vicenda nasce sullo sfondo della gravissima crisi migratoria che ha investito Ceuta, enclave spagnola situata sulla costa nordafricana e unico confine terrestre tra l’Unione Europea e il Marocco insieme a Melilla. Negli ultimi giorni migliaia di persone hanno tentato di raggiungere il territorio spagnolo attraversando il confine terrestre oppure aggirando le barriere via mare, provocando una delle più grandi emergenze migratorie degli ultimi anni. Secondo le autorità spagnole, la maggior parte dei migranti è stata rapidamente identificata e successivamente riportata in Marocco, mentre il governo di Madrid ha rafforzato la presenza delle forze di sicurezza e avviato un confronto urgente con le istituzioni europee.

La crisi ha rapidamente assunto anche una dimensione politica internazionale. Il presidente del governo spagnolo Pedro Sánchez ha chiesto una risposta comune dell’Unione Europea, denunciando la necessità di affrontare l’emergenza attraverso una strategia condivisa piuttosto che mediante iniziative unilaterali. Ventidue Paesi europei, tra cui l’Italia, hanno espresso preoccupazione per le conseguenze della pressione migratoria sulle frontiere esterne dell’Unione, aprendo un duro confronto politico con Madrid.

Ed è proprio in questo clima che la presunta lettera di Gustavo Zagrebelsky ha trovato enorme spazio nel dibattito online. Il testo accusa Giorgia Meloni di aver utilizzato la tragedia di Ceuta per finalità politiche e sostiene che il vero regista della crisi sarebbe Donald Trump attraverso una complessa strategia geopolitica che coinvolgerebbe il Marocco, il Sahara Occidentale e i rapporti con l’Algeria.

La questione del Sahara Occidentale rappresenta da anni uno degli elementi centrali della diplomazia tra Marocco, Spagna, Algeria e Stati Uniti. È altrettanto documentato che Washington abbia riconosciuto nel 2020 la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale nell’ambito degli Accordi di Abramo, scelta che continua ad avere conseguenze negli equilibri regionali. È inoltre vero, che negli ultimi anni i rapporti tra Rabat e Madrid hanno attraversato fasi alterne, spesso con ripercussioni sulla gestione dei flussi migratori. Tuttavia, sostenere che l’attuale crisi di Ceuta sia stata direttamente provocata da una precisa strategia orchestrata dalla Casa Bianca rappresenta una ricostruzione politica che, allo stato delle informazioni disponibili, non trova conferme ufficiali né prove documentali condivise dalle istituzioni internazionali.

Anche sulle dinamiche che hanno favorito l’arrivo di decine di migliaia di persone a Ceuta esistono interpretazioni differenti. Alcuni osservatori ritengono che abbiano inciso fattori interni alla Spagna, come recenti modifiche normative e decisioni giudiziarie in materia di respingimenti; altri puntano il dito contro una presunta pressione esercitata dal Marocco; altri ancora evidenziano il ruolo delle reti criminali e delle campagne di disinformazione diffuse attraverso i social network, che avrebbero convinto migliaia di giovani marocchini che il passaggio verso Ceuta fosse privo di ostacoli. Si tratta di ipotesi e analisi politiche che convivono nel dibattito pubblico, mentre le autorità europee continuano a raccogliere elementi per comprendere pienamente le cause dell’accaduto.

La vicenda dimostra quanto sia importante mantenere separati i fatti dalle opinioni. I fatti accertati raccontano di una gravissima emergenza umanitaria, di numerose vittime durante i tentativi di attraversamento del confine, di un intenso confronto diplomatico tra Spagna, Italia e Unione Europea e di una forte pressione esercitata sulla frontiera di Ceuta. Le opinioni politiche riguardano invece, le responsabilità dei governi coinvolti, il ruolo del Marocco, quello degli Stati Uniti e le strategie che l’Europa dovrebbe adottare per affrontare il fenomeno migratorio.

In questo contesto, la presunta lettera di Gustavo Zagrebelsky rappresenta come un contenuto privo di attribuzione certa possa diventare rapidamente virale e influenzare il dibattito pubblico. Che il testo sia condivisibile o meno sul piano politico è una valutazione che appartiene solo al lettore; sul piano giornalistico, invece, resta imprescindibile evidenziare che la sua autenticità non è stata confermata. La distinzione tra documento autentico, ricostruzione giornalistica e opinione personale, consente di preservare la qualità dell’informazione in un’epoca in cui i social network accelerano la diffusione di contenuti molto più velocemente della loro verifica.

Siamo ancora disposti ad aspettare il tempo necessario per conoscere la verità prima di trasformarla in una certezza? Se la risposta sarà sì, avremo difeso non una parte politica, ma il valore democratico più prezioso: il diritto dei cittadini a essere informati correttamente.
Pubblichiamo di seguito la lettera:

Cara Giorgia,

a distanza di qualche settimana ti riscrivo mentre a Ceuta si contano i morti e tu, invece di piangerli, ci costruisci sopra un comizio. Quello che stai facendo ha un nome preciso, e non è “difesa dei confini”: si chiama sciacallaggio politico sulla pelle dei poveri. Menti sapendo di mentire. Hai annunciato la sospensione di Schengen con la Spagna come se le poche migliaia entrate a Ceuta stessero per bussare a Ventimiglia domani mattina.

Sai benissimo che non è vero: Ceuta è un’enclave in territorio marocchino, chi arriva lì non entra in Europa continentale, viene identificato sul posto.

I tuoi stessi funzionari del Viminale hanno ammesso che si tratta di controlli “a campione”. Tradotto: una misura simbolica, inefficace, che serve solo a te e al generale Vannacci che ti incalza da destra.

Il prezzo lo pagano i turisti in coda ai porti, gli imprenditori e soprattutto la verità.

Cara Giorgia, il vero regista di Ceuta si chiama Donald Trump. Il tuo ex amico che continui a difendere. Tu fai lo sciacallo contro Sánchez, ma il fiammifero l’ha strofinato l’inquilino della Casa Bianca. Te lo dico in breve:

1. Trump ha regalato a Rabat il riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale — nel 2020, riaffermato nell’estate 2025 — blindando l’asse Washington–Rabat contro il diritto internazionale.

2. La visita di Sánchez ad Algeri ha fatto scattare la ritorsione: il Marocco ha aperto i rubinetti dei migranti verso Ceuta. Non lo dico io, lo scrivono i giornali che non appartengono ad Angelucci.

3. Il 29 giugno 2026 Trump ha sospeso per otto mesi i dazi sui fosfati marocchini. Il quadro che fingi di non vedere è questo: Trump premia il Marocco con fosfati, Sahara e basi militari.

Il Marocco usa i migranti come arma di ricatto contro una Spagna “colpevole” di riavvicinarsi ad Algeri. Migliaia di giovani — molti minorenni — si buttano in acqua e diciannove muoiono annegati. E tu prendi quei corpi e li usi come sfondo per un post su X.

Questo non è governare.

Questo è sciacallaggio.

Non è da statista — perché una statista non chiude Schengen per un teatrino interno mentre nel Mediterraneo si muore: chiama Bruxelles, convoca l’ambasciatore USA, chiede conto a Trump del ricatto marocchino, costruisce una politica migratoria europea.

Non è da italiana — perché l’Italia è il Paese di Lampedusa, di don Puglisi, di don Milani, di don Bosco. Il Paese che ha inventato la parola “solidarietà” nella Costituzione.

Non è da madre — perché quei ragazzi affogati a Tarajal sono figli di qualche madre. I miei figli, tua figlia, hanno avuto la fortuna di nascere in Italia. Loro no. È l’unica differenza. Una madre lo sa. Da cristiana non ne parliamo neanche. Noi che accogliamo sappiamo cosa vuol dire stare sulla frontiera vera. Non quella retorica dei tuoi tweet.

Ti chiediamo una cosa sola: smettila.

Smettila di mentire agli italiani sulle cause.

Smettila di attaccare Sánchez per coprire Trump.

Smettila di trasformare diciannove cadaveri in punti percentuali. E se non lo fai per statura politica, fallo almeno perché — come hai detto tu — sei una madre. E sei cristiana.”



Sergio Angrisano

Direttore Editoriale - giornalista televisivo e scrittore