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I Bronzi di Riace, quando il mare non divide le culture

di Antonio Russo
Napoli, 23 agosto 2026 — Il mare può essere una frontiera. Può separare due terre, rendere difficile un viaggio, segnare il confine tra mondi diversi. Ma nel Mediterraneo il mare è stato anche una strada. Per secoli ha permesso a uomini, merci, idee e opere d’arte di spostarsi da una sponda all’altra.
La storia dei Bronzi di Riace è anche la storia di questo doppio significato.
Le due statue, capolavori della scultura greca del V secolo a.C., furono scoperte il 16 agosto 1972 nei fondali di fronte a Riace Marina. Oggi sono custodite al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, ma la loro origine e il loro viaggio restano in parte avvolti dal mistero. Furono realizzate in Grecia e successivamente caricate su una nave per essere trasportate altrove, anche se non sappiamo con certezza né quando avvenne lo spostamento né quale fosse la destinazione.
È proprio quel viaggio a rendere i Bronzi qualcosa di più di due straordinarie statue antiche.
Sono arrivati fino a noi attraversando un confine geografico che, nell’antichità, era tutt’altro che invalicabile. Il Mediterraneo metteva in relazione culture diverse e la Magna Grecia ne è una delle testimonianze più evidenti. L’antica Rhegion, l’attuale Reggio Calabria, era inserita in una rete di scambi tra Oriente e Occidente.


Ma c’è un’altra frontiera, meno evidente e forse ancora più difficile da attraversare: quella del tempo.
A ricordarcelo è Roberto Ciabattoni, fisico e specialista nella diagnostica e nella conservazione dei beni culturali, che ha iniziato a lavorare sui Bronzi di Riace nel 1986. Da allora ha partecipato alle campagne diagnostiche e conservative dedicate alle due sculture, fino al terzo grande intervento di restauro, realizzato tra il 2009 e il 2013.
In un’intervista realizzata dall’autore per NNMagazine, Ciabattoni racconta un lavoro nel quale scienza e conservazione devono procedere insieme.
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Radiografie, videoendoscopie e altre indagini consentono di conoscere ciò che si trova dentro le statue senza affrontare necessariamente interventi invasivi. Durante l’ultima campagna diagnostica, per esempio, la gammagrafia ha permesso di ottenere immagini particolarmente dettagliate dell’interno dei Bronzi e di approfondire sia il loro stato di conservazione sia alcuni aspetti delle tecniche utilizzate per realizzarli.
Qui il concetto di frontiera assume un significato concreto. Restaurare non significa semplicemente intervenire su un’opera antica per renderla nuova. Significa capire fino a dove ci si può spingere senza compromettere ciò che si vuole proteggere.
Ciabattoni lo spiega anche parlando di un’altra questione delicata: il trasporto delle opere d’arte. Alla domanda sulla possibilità di spostare i Bronzi, la risposta del tecnico è prudente: in linea di principio un oggetto mobile può essere trasportato, ma quando si tratta di un’opera d’arte bisogna valutare le ragioni dello spostamento, perché non esiste un trasporto completamente privo di rischio.
La sua esperienza dimostra, però, che alcune frontiere possono essere attraversate quando esistono conoscenza, tecnologia e responsabilità.
Per il trasporto del Satiro Danzante di Mazara del Vallo all’Expo di Aichi, in Giappone, Ciabattoni partecipò alla progettazione di un sistema di protezione innovativo, basato anche sull’impiego di materiali compositi e di un sistema antivibrante. L’opera poté viaggiare senza il tradizionale imballaggio, secondo un modello che negli anni successivi sarebbe diventato largamente utilizzato per trasporti particolarmente delicati.
Il principio è lo stesso che accompagna il lavoro sui Bronzi: far attraversare un confine a un’opera senza mettere in pericolo la sua identità e la sua materia.
Ed è qui che la storia dei due guerrieri torna a parlare del presente.
I Bronzi sono nati in Grecia, sono stati ritrovati nelle acque della Calabria e oggi sono diventati uno dei simboli culturali di Reggio Calabria e dell’Italia. Il loro valore, però, non può essere racchiuso dentro un solo territorio. La loro origine greca e la loro storia mediterranea raccontano una vicenda molto più ampia.
La frontiera non è necessariamente ciò che impedisce l’incontro. Può essere il luogo attraverso il quale quell’incontro avviene.
Il mare che un tempo separava le coste ha portato con sé culture destinate a incontrarsi. Il tempo che sembrava allontanare definitivamente quelle civiltà ci ha restituito due figure capaci ancora oggi di parlarci.
E il lavoro di chi le studia e le protegge permette a quel dialogo di continuare.
I Bronzi di Riace hanno attraversato il mare. Oggi attraversano i secoli. E forse è proprio questa la loro frontiera più importante: riuscire a portare una storia antica dentro il nostro presente, senza perdere ciò che la rende unica.

Sergio Angrisano

Direttore Editoriale - giornalista televisivo e scrittore