ECONOMIA DI GUERRA: IL PREZZO LO PAGANO I CITTADINI
EDITORIALE DEL DIRETTORE
Sergio Angrisano
20 Settembre 2026
Questo è uno dei miei pezzi più impopolari tra quelli che abbia mai pubblicato. Ma leggetelo.
Tutti si lamentano dell’aumento sconsiderato dei prezzi, con particolare riferimento alle materie prime e ai servizi essenziali: petrolio, gas, telecomunicazioni. In pratica, siamo a un passo dall’economia di guerra, quel sistema che può rappresentare il preludio di un conflitto. I segnali, almeno per il momento, sembrano esserci tutti.
Non siamo ancora arrivati a questo punto, ma vale la pena capire come funziona un’economia di guerra e quali conseguenze può avere sulla vita di ciascuno di noi.
L’economia di guerra è il sistema attraverso il quale uno Stato riconverte la propria produzione, la finanza e l’industria per sostenere uno sforzo bellico o un piano prolungato di riarmo.
La riconversione produttiva, in buona sostanza, comporta il passaggio di una parte delle fabbriche dalla produzione di beni civili a quella di equipaggiamenti militari. La Germania, secondo quanto sostengo, avrebbe già intrapreso questo percorso da circa un anno.
Aumenta, inoltre, il controllo dello Stato sull’economia, attraverso una maggiore pianificazione e una regolamentazione più incisiva del mercato. Inevitabilmente cambiano anche le priorità di spesa: le risorse pubbliche vengono concentrate sempre più sulla difesa, con il rischio di sottrarre fondi ad altri settori.
E su questo fronte anche l’Italia si sta muovendo, con l’aumento delle spese militari e gli impegni assunti in ambito NATO. Si parla di una quota che potrebbe raggiungere il 5% del PIL: un obiettivo che merita di essere analizzato attentamente, soprattutto per le sue possibili ricadute sui conti pubblici e sulla spesa sociale.
Ma quali sono gli impatti e i rischi di questa trasformazione?
Si parte sempre dai tagli al welfare. E su questo, ditemi: c’è davvero qualcuno che non si sia accorto della progressiva riduzione delle risorse destinate al sistema di protezione sociale?
Ma non è tutto. A essere coinvolte sono anche la sanità e l’istruzione, settori fondamentali per la tenuta di una società. Il rischio è che ricevano risorse insufficienti rispetto ai bisogni reali della popolazione
C’è qualcuno in grado di fornirmi dati che dimostrino una tendenza opposta? Sono pronto a discuterne.
Nel frattempo, il debito pubblico può aumentare, crescono gli oneri a carico del bilancio statale e si accentua il rischio di nuove pressioni inflazionistiche, soprattutto quando l’instabilità internazionale si riflette sui costi dell’energia e delle materie prime.
Un altro segnale importante è rappresentato dalle tensioni geopolitiche. E su questo, francamente, non temo di essere smentito: l’insicurezza globale spinge i governi a destinare nuove risorse al riarmo.
Basti pensare ai piani della NATO e dell’Unione europea in materia di difesa, alle discussioni sull’aumento della spesa militare e alle proposte di una maggiore integrazione delle forze armate europee.
Insomma, tutte cosette di poco conto, non credete?
E mentre i governi ridisegnano le proprie strategie, alcuni settori economici registrano nuove opportunità di crescita.
Difesa e tecnologia: aumentano gli investimenti e, in determinate fasi, i ricavi e le quotazioni delle aziende che producono armamenti e tecnologie militari.
Energia e materie prime: le tensioni internazionali possono alimentare la volatilità dei prezzi e favorire, in alcuni contesti, profitti elevati per gli operatori del settore.
E noi?
Noi cittadini, dove siamo finiti?
Siamo diventati comparse di una partita che si gioca sopra le nostre teste, spettatori di decisioni che incidono direttamente sulle nostre vite, sui nostri salari, sulle nostre pensioni, sulla possibilità di curarci e di garantire un futuro ai nostri figli.
Eppure, siamo proprio noi a sostenere, attraverso le tasse e il costo della vita, una parte consistente delle conseguenze di queste scelte.
Davvero il nostro unico diritto è quello di assistere, inerti e passivi, a ciò che accade?
O abbiamo ancora il diritto di chiedere conto delle priorità, delle risorse impiegate e del prezzo che saremo chiamati a pagare?
Perché il punto, alla fine, è proprio questo: la sicurezza di uno Stato non può essere disgiunta dalla sicurezza sociale dei suoi cittadini.
E se il riarmo diventa una priorità, allora è doveroso domandarsi chi ne sosterrà i costi, quali sacrifici saranno richiesti e soprattutto quali garanzie verranno offerte a chi rischia di ritrovarsi, ancora una volta, a pagare il conto.
Perché un Paese non è soltanto il suo apparato militare. Un Paese è fatto, prima di tutto, dai suoi cittadini.
